Quella volta che il monaco Zen mi insegnò a surfare.
Di Margherita Gradassi

Vi è mai capitato di ripensare ad un momento della vostra vita e ricordarlo sfuocato, senza riconoscervi veramente? Vi vedete, sì, ma i contorni sono imprecisi. Ecco, io quel momento lo ricordo con grande tenerezza verso me stessa e se tornassi indietro mi direi “ Margherita so che sei nella merda, il percorso che devi fare è ancora lungo ma credimi ne uscirai con grande forza! Quindi goditi ogni singolo istante perché tutto ti serve, anche il dolore e anche la fatica.” Probabilmente mi sarei risposta con un bel Vaffanculo!
Che dire, avete già compreso che non era un periodo felicissimo, ero alle porte di una separazione con un quasi ex marito con cui ancora vivevo, una figlia duenne che capiva e non capiva perché mamma e papà dormivano in stanze separate, una crisi di personalità e di obiettivi che neanche un’adolescente in preda ad una crisi ormonale avrebbe avuto. Per non parlare poi del mio conto in banca e del mobbing familiare che ricevevo costantemente dai miei genitori, il tutto attorniato da una serie di flirt reali o meno con uomini che non stimolavano altro che il mio narcisismo, la mia auto afflizione e distruzione di autostima.
Vai Marghe sei a braccetto con Caronte e Virgilio!
Per fortuna esistono le amiche vere che sanno guardarti dietro i falsi sorrisi, così un giorno una mia amica che chiamerò Annalisa (perché si chiama così), mi prese le spalle e mi disse, “Hai bisogno di staccare, andiamo via qualche giorno! Devi ricentrarti Marghe ti serve qualcosa di spirituale”
Quest’amica mi conosceva molto bene, sapeva che ero distaccata dalla mia vera essenza e solo il silenzio e la pace interna, o per lo meno, il tentativo di raggiungerla, mi avrebbero fatto tornare ad una copia di Margherita simile all’originale.
M.-Bene! Dove andiamo?
A.-In un Monastero Zen!
M.- Ok bello! Però prendo su il telefono.
A.- No! Te lo sogni
M.- E se qualcuno ha bisogno di me?
A.- Ti troverà quando torni, tu vuoi prendere il telefono solo per sentirti con Tizio o Caio.
Dannazione le amicizie ventennali, non puoi nascondergli nulla.
Partii con un misto di entusiasmo ed ansia, che si mischiavano continuamente rischiando di essere vomitati fuori ad ogni svolta e curva verso il Monastero di montagna che ci avrebbe ospitato per i giorni a venire.
Arrivate.
La nostra giornata si sarebbe svolta così.
Ore 5: Sveglia
1 ora di Meditazione silenziosa nel tempio
Ore 8: colazione silenziosa
Ore 9 30: lavori consapevoli
Ore 12 30: Pranzo silenzioso
Riposo senza tecnologie
Ore 15 30: lavori consapevoli
Ore 17 e 30: 1 ora di meditazione silenziosa nel tempio
Ore 20: cena conviviale.
Ore 21 30: si spengono le luci.
Ragazzi è un monastero, le regole sono dure.
I Monaci e le monache erano vestiti con l’abito nero del buddismo zen. Eleganti in queste vesti e perfettamente a loro agio, avrebbero potuto tranquillamente sfilare nella passerella di Margiela senza stonare.
Noi un po’ più arrabattate ma comunque in nero, li seguivamo con sguardo attento per imitare le loro abitudini e spostamenti. Durante il pranzo si chiedeva ancora cibo o meno con dei precisi movimenti delle mani, durante la meditazioni era una campana a scandire il ritmo di silenzio e preghiera.
1 ora, 1 ora di meditazione, questa era la cosa che mi spaventava di più, non la sveglia delle 5, o il silenzio prolungato della giornata e dei boschi attorno. Ero già abbastanza pratica di tecniche meditative ma mai ero stata seduta immobile a fissare un muro per così tanto tempo con lo sforzo di non avere pensieri che invadevano la mente.
Ok ci provo
In my mind
Ok, mi siedo così, no meglio così devo starci un’ora cavoli… porca vacca che freddo che fa forse avrei dovuto ascoltare Annalisa e prendere anche una coperta. Ok , ora medito ….
Il muro è bianchissimo non riesco a trovare neanche un puntino su cui soffermarmi con lo sguardo. Va bè, adesso ascolto il respiro…
Mi pizzica il naso, non posso muovermi, tossisco forse mi aiuta.
Ora medito…
Saranno passati 5 min?
Madonna che sonno, alzarsi tutti i giorni alle 5 del mattino con questo freddo, questi sono pazzi, non potrebbero meditare alle 10, 10 e 30?
Respira Marghe, Respira e medita…
Fu l’ora più lunga e fisicamente dolorosa della mia vita.
L’idea di affrontare i prossimi giorni mi atterrava, ma non potevo andarmene, ero in macchina con Anna.
Nel primo pomeriggio il monaco Juan (che chiamerò così perché non mi ricordo come si chiama ma era spagnolo), mi prese da parte e mi chiese come fosse andata la meditazione del mattino.
M.-Benissimo!
Non posso far vedere che sono una pivella.
Ma poi quello che successe fu illuminante, con poche parole seminò grandi verità.
J.-Sai, io sono quasi 25 anni che pratico il buddismo zen e ancora adesso in meditazione i pensieri mi raggiungono abitualmente.(ecco mi ha scoperta)
J.-E’ vero che con la pratica costante si migliora ma l’importante è vivere i pensieri come ospiti che bussano alla porta, tu puoi farli entrare offrirgli il caffè e poi chiedergli di uscire. Margherita voglio farti una domanda.
Cosa fai quando sali su un treno e ti accorgi che non è quello giusto?
M.-Cerco di scendere il prima possibile!
J.- Esattamente, con la meditazione devi fare lo stesso, i pensieri sono il treno sbagliato, devi scendere.
A volte si risale, ma poi si riscende e così via. Finchè non senti che il tuo posto è la stazione.
Ora torna pure a spazzare le foglie secche.
Rimasi con la mia bella scopa in mano, stretta stretta. Respiravo e pensavo, respiravo e pensavo.
Ok le foglie mi aspettano.
Alle 5 del pomeriggio le porte del tempio si riaprirono e una campana ci richiamò all’interno, il mio cuscino nero era sempre lì ad attendermi e ghignando mi diceva “ti farò il solletico tutto il tempo”
Mi sedetti, aprii gli occhi verso il muro, presi un lungo respiro dal naso, e pensai alle parole del monaco, il caffè, gli ospiti, il treno.
Respiraaaaaaa
Non mi ricordo dove andai, non mi ricordo se pensai, ma mi ricordo solo i rintocchi della campana.
1 ora era passata come fossero 5 minuti.
Ora la teoria della relatività di Einstein mi era chiarissima.
I giorni a seguire furono dolcemente duri e piacevoli.
Non sapevo che le grandi verità per me non erano ancora finite.
Nel pomeriggio, prima di andare via decisi di farmi un caffè, distrattamente feci cadere un vaso stracolmo di riso nel pavimento della cucina.
Mi girai allarmata, mi avrebbero sicuramente detto qualcosa o per lo meno fatto gli occhi brutti, invece nessuno si scompose, semplicemente un monaco mi portò la scopa e mi fece vedere dove stava l’aspirapolvere.
Lavorai velocemente, dovevo ripartire per tornare alla mia normale vita, spazzai e raccolsi tutto il riso che vedevo, ma il pavimento era in travi di legno e un po’ di riso rimase incastrato nelle fessure e altro sotto alla stufa, non riuscivo a pulire bene fin la sotto, quindi decisi di lasciare perdere, in primis perché avevo fretta e poi perché cosa vuoi che sia qualche chicco di riso!
Andai in camera presi il mio zaino e le mie cose e tornai in cucina a salutare i monaci e gli ospiti.
Notai che il monaco Juan aveva spostato la stufa e spazzato via il riso avanzato, inoltre piegato sulle ginocchia stava togliendo con le mani uno ad uno i chicchi di riso incastrati nel legno. Lì per lì mi sentii in imbarazzo, stava terminando quello che io avevo lasciato a metà. Era perfettamente concentrato su quello che stava facendo, non aveva fretta, non era arrabbiato perché doveva finire qualcosa che sarebbe toccato a qualcun altro, era semplicemente lì, nel presente, non stava controllando gli eventi ma gli fluiva sopra come quando si surfa su un’onda. Non puoi controllarla, non puoi dirgli cosa fare e dove portarti, devi solo imparare ad accettare il suo moto e capire come cavalcarla. Se imponi il tuo volere con ego, forza, rabbia, impazienza, ansia, finisci dentro l’onda e dalla presunzione di aver tutto sotto controllo passi ad essere inghiottito dal controllo stesso. Il monaco Juan stava surfando sugli eventi della sua vita, il riso era caduto, il riso era da raccogliere, non importava chi, come, quando, né perché, era semplicemente successo.
Salutai i suoi occhi azzurri e me ne andai con in tasca un chicco di riso, il profumo di caffè, l’immagine di un treno e la consapevolezza che se non puoi fermare le onde puoi imparare a surfare.
Febbraio 10, 2025
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